le voci del tempo | diario

diario di bordo

Life on Mars

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notteIl mercoledì sera può non essere così indicato per mettere in piedi uno spettacolo. Specie se l’orario di inizio è più vicino alle undici che alle dieci; specie se lo spettacolo in questione parla di un industriale, per di più mancato cinquant’anni fa; specie se il posto è un club in cui di solito ci vanno gruppi rock; specie se fuori c’è un freddo cane; specie se lo stesso show sarà proposto di lì a poco in un teatro non distante; specie se si pensa che non è manco gratis; specie se si pensa che la stampa ha dato meno spazio di altre volte.
Per questo Le Voci si lasciavano contente, finita la serata, davanti al locale che abbassava le serrande. Perché la sala era stata piena: la gente in piedi in fondo, premuta, o seduta sotto al palco, premuta anche lì.
E poi altri particolari a costellare gli applausi e il calore e i sorrisi: l’età media del pubblico, sempre più giovane; la soddisfazione dei ragazzi del club, che ci avevano creduto; e pure le macchine nuove delle Voci parcheggiate fuori (ovvero: dopo un’estate in panne, la certezza di arrivare a casa…).
Ma la soddisfazione più grande era stata senza dubbio questa: quattro ragazzi con anfibi, giubbotti, mani veloci a fare sigarette, sciarpe da stadio, facce da stadio (si badi: è un complimento), che alle 2 di notte si cercavano i filmati su Olivetti nel computer del locale.

Le Voci adesso si salutano nel freddo e vanno ognuna verso il proprio mezzo.

Escono anche i quattro ragazzi, parlando di Adriano come fosse il calciatore, non l’industriale, e cioè con partecipazione, calore, come se fosse uno del loro mondo.
Mentre avvia il motore e aspetta che si sbrini il vetro, Marco li guarda e prova una specie di piccolo dolore.

Un po’ la gioia per il lavoro fatto bene, un po’ il pensiero che comunque un altro giorno è andato.

Written by marco

gennaio 26th, 2010 at 10:06 am

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Madonne e motori

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autostrada_a24Disastro meccanico numero uno.
“Pronto Marco? Porca miseria siamo fermi a Scarmagno”.
(Si sentono bestemmie di Mario in sottofondo).

Disastro meccanico numero due.
“Pronto Marco? Non ci crederai, siamo fermi a Champoluc”.
(Si sentono bestemmie di Mario in sottofondo).

Disastro meccanico numero tre.
“Eccoti qui Marco, scusa se non ti ho risposto ma eravamo nei casini. Si è rotta la macchina, siamo fermi all’ingresso di Rivoli”.
(Si sentono bestemmie di Mario in sottofondo).

Rapporto difficile fra le Voci Del Tempo e i motori nell’estate appena terminata.
Di contro, riconoscimenti immediati e proposte d’ingaggio per l’autunno. Insomma un viaggio a gonfie vele, con il problema di non essere su una barca in mezzo al mare ma su auto scassate in autostrada: applausi e puzza d’olio bruciato, sorrisi e ingranaggi che saltano come pop corn.

Poi la nuova stagione. Il 2 ottobre arriva la prima data fuori regione e le Voci si danno appuntamento ad Alessandria Ovest, come sempre quando si va in Emilia. Marco si presenta con il volante in una mano e la calcolatrice nell’altra: ha appena cambiato macchina (incoraggiato dall’estate di cui sopra) e si produce in approfonditissimi paragoni fra i consumi della vecchia diesel e quelli della nuova gpl. Le disponibilità sono quelle che sono, e la Voce in questione vive il suo primo finanziamento con il terrore del debuttante.

E’ lì parcheggiato quando suona il cellulare. E’ sempre Mao.

“Pronto Marco? Senti, niente… è che siamo in un ritardo pazzesco” (si sentono bestemmie di Mario in sottofondo).

Marco tira un sospiro di sollievo, significa che è tutto normale e la nuova stagione comincia senza imprevisti, cioè con lui ad aspettare gli altri due fissando la campagna che rantola attorno al casello.

Un’ora così non è che voli, ma fa niente: all’arrivo degli altri la voglia di andare è sempre la stessa.

Finiti gli abbracci, rimane solo il tempo per l’ultima sorpresa…

Nel baule del nuovo modello non ci entrano più tutte e due le chitarre assieme.

(Si sentono bestemmie di Marco in sottofondo).

Written by marco

ottobre 4th, 2009 at 10:28 pm

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Hurt

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JohnnyCashLa vecchia Punto scivola nel buio. Ha servito la causa del rock e della fratellanza per 192.000 km e tiene la strada al meglio, nel gorgo della notte, fedele fino all’ultimo. Dopo i concerti di luglio – Reggio Emilia, Castelfidardo e Camerano, e poi ancor Reggio – i Nostri la riempiono ancora di fumo, parole e risate, ritornando dalla Val d’Ayas.

La discesa è ripida e Marco usa le marce, ama lunghe morbide scalate con i fanali a immortalare in ogni curva un angolo di bosco fitto e spaventoso. Sono andati benissimo, stasera, lo spettacolo su Meroni brilla ormai di luce propria e prende il sopravvento. Sul palco i protagonisti non sono più le Voci ma la storia, la musica, le parole del protagonista. Una piccola, grande magia.

Adesso è Mario a tenere banco e sta parlando di Cash, dello straordinario video di Hurt in cui l’artista compariva vecchio e stanco, ma sempre acceso dall’incendio che gli abitava nello sguardo. Johnny Cash, talento virile che a settant’anni sapeva cantare guardando in faccia la morte, con la mano tremante sulla chitarra, la voce stanca ma ancor più densa di emozioni e presagi, polvere e decenni.

Mario è stato folgorato e racconta senza sosta, e non c’è volta che si torni da un concerto – pensa uno degli altri due – che non resti qualcosa a cui tornare in solitudine, nella propria stanza. La conversazione prende il volo e tira dentro anche De Andrè, altra voce di marmo, mentre la macchina ha imboccato l’autostrada per Torino.

La notte protegge il viaggio con un abbraccio silenzioso e – chissà perché – per tutte queste cose assieme la velocità giusta è sempre 120 km/h.

Written by marco

luglio 31st, 2009 at 9:09 am

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Monia

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voci rubiera moniaRoba forte. Le Voci atterrano a Rubiera (Reggio Emilia) verso le sei di sera, in pantaloncini corti e maglietta, dopo tre ore in auto a parlare di grandi sistemi (proprio così, come si faceva una volta durante le occupazioni a scuola) e patendo da matti il caldo boia e noioso. Viaggio ai confini dell’autostrada, tenendosi a destra senza passare i centodieci che c’è lo sciopero dei distributori e bisogna arrivare col diesel che c’è. Riassumendo: lusso intellettuale, cioè discutere di filosofia in un pomeriggio feriale in cui quasi tutti sono in qualche ufficio, ma per contro stipati in tre con valigie chitarre quaderni leggii in una Punto senza aria condizionata.
A Rubiera c’è l’Esagono, uno degli studi di registrazione più importanti d’Italia e in cui sono stati fatti i dischi del Liga, tanto per dirne uno. Ma pure di Mao, la cui copertina di Casa campeggia sottovetro sulla parete più lunga della foresteria, a fianco di Buon compleanno Elvis e Tregua di Cristina Donà.
Insomma anche i mattoni sanno di rock e pure le rane sull’imbrunire gracchiano in quattro quarti. Il palco che i Nostri si trovano a dover attrezzare è lo stesso su cui ogni settimana salgono Morgan, Agnelli, Donà, Pedrini, Modena City Ramblers.
Lo spettacolo in programma è quello su Lucio Battisti e le Voci – non fate ironia con la scusa che è estate – sono calde come il fuoco. E’ l’inizio di un mini tour che le porterà il giorno dopo fino ad Ancona, per due serate organizzate dai ragazzi dell’associazione Coneriana Cult.
Ma non corriamo. Alle otto e mezza i suoni sono fatti, le Voci docciate, le tavole apparecchiate e si vede la prima gente. Marco è alle stelle, che ritrova uno dopo l’altro amici emiliani con cui ha diviso vacanze da ragazzino (come la Torricelli, pittrice reggiana di cui sentirete parlare), o con cui si è fatto i concerti di Springsteen addirittura negli Usa (come i Travellin’ fans). Insomma tutto sembra mettersi per il meglio.
Solo che poi arriva anche Monia con la sua tribù.
Ora, abbiamo già detto che a volte Marco prevede pioggia anche col cielo sereno, ma questa volta il presentimento è fondato. Arrivano in trenta, i Monia’s boys: maschioni palestrati con sopracciglia rifatte, abbronzati come si può solo se ci hai lavorato di brutto; femmine in equilibrio sui tacchi più alti del mondo, gonne invisibili sopra tanga dorati e tatuaggi che ti invitano a sguardi insidiosi. E un neurone solo per tutti, a ronzare nei silenzi di una testa per volta.
Non per essere stronzi ma è proprio così. E Marco alla fine della cena, a pochi minuti dall’inizio di uno spettacolo dedicato agli anni di piombo detti con canzoni d’amore, si chiede che razza di serata verrà mai fuori. Perché le Voci tutto sono, meno che sottofondo, pianobar, karaoke per allietare le sbornie.
E infatti lo show faticherà non poco in mezzo al casino dei Trenta, tanto ostinato da infastidire il resto del pubblico. Ma la cosa più spessa succede nei bis, quando Monia offre al pubblico il suo tanga nell’atto di salire sul palco, strisciando come un marines tra un’asta e un leggio. Invitata lì da nessuno.

“Voglio cantare cazzo! Dai!”

Dirvi ubriaca è niente. Parte da sola con Pensieri e parole ma è una tortura per tutti. E le Voci che hanno sempre la porta aperta stavolta sentono che per loro non c’è abbastanza rispetto. Figuriamoci per la storia che hanno appena raccontato e i bis che vorrebbero ancora offrire a chi ascolta.

“Non rompere il cazzo e suona!”

Dio santo. A tanta gentilezza risponde Mario che è il numero uno quando c’è da difendere il palco.

“Scusate… Ci spiace che la serata stia andando in… vacca!”

A quel punto il fidanzato di Monia si avvicina facendosi scrocchiare le dita. Altri due della tavolata storcono il naso dopo esserselo strofinato – chissà perché – per tutta la sera.

Nemmeno le battute e il sopracciglio di Mao sembrano poter sciogliere la tensione. Avete presente quando si avverte che il tappo sta per saltare?
Marco ragiona tra sé: se il grosso parte su Mario, si becca una bottigliata. Del resto – continua – ho messo in piedi Le Voci convinto che uno spettacolo di storia può essere rock’n’roll. Quindi – finisce -  a saltare giù io ci metto un secondo.

Il pubblico assiste in silenzio, qualcuno un po’ divertito ma solo perché non ha visto lungo.

E invece non succederà proprio un bel niente.
Per fortuna, le Voci praticheranno lo Zen e lasceranno Monia da sola sul palco, che si farà portare via dal locale offesa dal non aver beccato una nota e nemmeno un applauso.

Le Voci continueranno più tardi a suonare con tutti fino alle cinque, con la prima luce del giorno dopo a buttarsi nel cielo. Chi rimane promette che tornerà per lo spettacolo della prossima settimana.

E infatti quello verrà fuori SPECIALE. Ecco.

Written by marco

luglio 19th, 2009 at 5:21 pm

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Colpi di tacco e di scena

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Senza titolo-1Era successo nel mese di febbraio, verso le sette di sera, con la nebbia che bagnava le finestre del Circolo degli Amici e le Voci dentro a sbrigare un normalissimo check. Al bar a fianco della sala, la prima gente si dava da fare con gli aperitivi e buttava l’orecchio per indovinare la scaletta. So much younger than today. L’Italia di Gigi Meroni: non ci andava molto a capire che la musica di Mario e Mao sarebbe stata tutta succhiata da lì, dal pozzo sacro di Lennon-Mc Cartney. Marco ripassava per l’ultima volta un copione tirato via dal sangue, più prelevato che scritto, su una delle figure che l’hanno da sempre intrappolato di più… il calciatore artista, la farfalla granata, il quinto Beatle.
Era successo mentre i due rockers andavano a braccetto sull’aria di Nowhere man: Marco s’era sentito toccare la spalla e s’era girato e si era trovato davanti a una faccia d’altri tempi, un uomo con barba bianca e impermeabile grigio, occhiali spessi e basco di peltro nero, occhi timidi e veloci e furbi che si posavano dappertutto e poi via.

“Piacere, Riccardo Cecchetti”.

Marco, che di gente particolare è tossico e si sente minacciato soltanto all’Ikea fra i palloncini, gli si era fatto sotto con un sorriso così. Aveva notato due cose, più o meno all’istante, e cioè l’accento marchigiano e la cartella sotto il braccio gonfia di disegni.
Era un tifoso granata, Riccardo Cecchetti, che si trovava a Torino e si era fiondato a Colleretto per vedere lo spettacolo… E, tanto per fare, s’era portato i suoi disegni su Gigi Meroni.
Ora, se vi trovate sul sito di Pubblico-08 e avete scelto di infilarvi in questo diario di bordo delle Voci, siete gente per bene ma con una certa inclinazione per la sbandata e il deraglio. Potete sicuramente capire cosa provasse, Marco, mentre buttava gli occhi sul primo disegno e poi sul secondo e poi sul terzo e sentiva la testa girare e provocargli tutto quell’insperato piacere.
Uno più bello dell’altro, uno più forte dell’altro, quei disegni restituivano lo sguardo di Gigi in pochi colpi di matita o pennarello, il modo di muoversi catturandolo per sempre in fotogrammi costruiti con le mani.
Dopo la moltiplicazione dei pani e dei pesci, adesso quella dei Gigi.

E’ difficile dire cosa avrebbe sentito la gente di lì a un paio d’ore, con le Voci appese ai microfoni e calde come il fuoco e tutti quei disegni appesi alle pareti, sistemati sui cavalletti a fianco del palco, appoggiati al bancone o sparsi sui tavoli, illuminati dalle abat-jour o dalle candele. Sicuramente qualcosa di forte e imprevisto.

Un marchigiano a Colleretto Giacosa, ex disegnatore di Frigidaire, che aveva improvvisato una mostra su Gigi Meroni e svalvolava adesso per lo show… Insomma: le Voci con due chitarre e un quaderno erano state ancora una volta l’occasione, la scusa, l’incrocio, il mulinello in cui storie e persone diverse s’erano trovate e mescolate.

Uscendone un po’ milgliori e con un sorriso così.

Proprio come nelle migliori favole rock’n’roll.

Written by marco

luglio 1st, 2009 at 7:39 am

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La cuccagna

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tencoA conti fatti, le Voci Del Tempo possono ben dirsi ricche e fortunate. E lo sanno, se lo sono sempre detto. Come quella volta che tornavano da Levanto, d’inverno, dopo aver messo in scena Ognuno è libero, lo spettacolo dedicato all’Italia di Luigi Tenco. Serata speciale, perchè fra il pubblico erano presenti i familiari del cantautore (la nipote Patrizia, la cognata) e lo scrittore e biografo Mario Dentone. Marco li aveva conosciuti anni prima a casa loro a Recco – nella torre che acquistò Luigi – quando emozionato li coinvolse nella stesura del suo libro pubblicato da Ricordi (Luigi Tenco. Un “miracolo” breve, scritto con Gioachino Lanotte). Quel pomeriggio era sbocciata un’amicizia che non era mai sfiorita.

Potete immaginare l’emozione delle Voci nel cantare le canzoni, snocciolare le letture in quella sala comunale. Voi che le sapete così appassionate e inclini a vibrare, provate a figurarvele davanti alla famgilia di quel loro beniamino lontano, amico impossibile, maestro e compagno di viaggio. Possiamo dirvi che la serata era riuscita oltre ogni immaginazione, corredata da una lettera che Patrizia spedì loro qualche settimana dopo. Parole che le Voci non dimenticheranno mai e che sono un tesoro troppo grande per non essere diviso. Con voi, naturalmente.

Nel corso degli anni abbiamo conosciuto tante persone interessate a progetti su Luigi, dei tipi più svariati, affidabili e non affidabili, idee bellissime e proposte folli per non dire altro.
Quando Marco Peroni è entrato in casa nostra, qualche anno fa, sono bastati pochi minuti per avere la percezione e, diciamo pure il sollievo, di trovarci di fronte ad una persona di quelle che compensano e che fanno dimenticare tutto quello che di negativo ci è stato sottoposto (o peggio a cui ci siamo trovati di fronte, a cose fatte) per tanto tempo.
Ci hanno immediatamente conquistato la sua professionalità, la grande disponibilità a collaborare con noi e la totale, rarissima, correttezza che accompagna i suoi progetti ed i suoi propositi su Luigi, per non trascurare la sua semplicità da cui trapelava una vera passione.
E, negli anni, questa impressione istantanea non ha fatto che rafforzarsi, anche perchè la grande cultura, il rispetto e la conoscenza storica e musicale con cui realizza i suoi progetti sono per noi una garanzia, e non solo, sono il motivo per cui Marco è un amico, è una persona per cui la porta di casa nostra sarà sempre aperta, e con l’affetto ed il piacere di vederci, al di là di tutto il resto.
Recentemente, abbiamo assistito ad uno spettacolo a Levanto, con Marco Peroni, Mario Congiu e Mao.
E’ stata straordinaria la bravura e la vitalità con cui hanno presentato la storia e le canzoni, il tempo è volato e ci ha fatto sentire Luigi ancora insieme a noi, in un contesto seriamente documentato ma non malinconico, con tanto rispetto e con l’amore con cui noi vorremmo che tutti lo ricordassero.
Caro Marco, grazie”.

Famiglia Tenco

Written by marco

giugno 22nd, 2009 at 11:45 pm

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Ugo Fantozzi

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autostrada neutraVenerdì pomeriggio 19 giugno, ore sei e qualcosa.
Le Voci ci stanno riprovando, anche se il film pare lo stesso del venerdì precedente, quando lo spettacolo nella piazza di la Loggia era stato interrotto a metà da un temporale.
Qualcuno ha scritto che dal tragico se ne può sempre venire fuori, ma dal patetico mai. E di patetico se n’era intravisto eccome, quel venerdì sera. A metà circa dello spettacolo su De Andrè, Mario e Mao avevano cantato una magnifica Preghiera in gennaio; e Marco aveva attaccato a leggere di come l’anticonformismo del maestro l’avesse spinto a comporre, in tempi di conflitto operai-padroni, un disco su un impiegato. E stava pure dicendo di Paolo Villaggio, l’amico che negli stessi anni inventava l’impiegato per eccellenza, il ragionier Ugo Fantozzi…
Fatto sta che appena nominato il ragioniere, s’era abbattuto il temporale a rendere la scena degna del suo miglior film. Se non è patetico questo, dicevamo: nominare Fantozzi e beccarsi la pioggia di colpo e doversene scappare con le chitarre i copioni le custodie gli accordatori verso il primo riparo.
Eppure le Voci, checché ne pensasse quello scrittore, dal patetico ne erano uscite eccome: perché la gente scappata sotto la pensilina del pullman non voleva andarsene manco passato l’acquazzone. Voleva l’altra metà del concerto, che a quel punto non poteva riprendere essendo il palco diventato una specie di allevamento di cavi ad alta tensione sguscianti nell’acqua.
Per cui si era deciso così: tutti in biblioteca, seduti per terra, in piedi, bagnati e contenti, a seguire il resto dello spettacolo senza l’impianto, senza il palco, senza niente. E la cosa era andata eccome, nel silenzio rispettoso all’inizio e fra strette di mano alla fine.

Ma ritorniamo ai tre adesso, in tangenziale due settimane dopo, destinazione La Loggia per la serata Battisti, col tempo che minaccia di fare gli stessi scherzi…
Guidano fumano imprecano ma per loro fortuna stavolta andrà meglio, col cielo clemente e la piazza rigonfia di gente.
Un solo dubbio li agiterà al ritorno: restano molti De Andrè da fare all’aperto, e dovranno capire se togliere il brano-Fantozzi dal copione per non portarsi dietro la nuvoletta dell’impiegato.

E riprenderlo poi con l’autunno.

Written by marco

giugno 20th, 2009 at 6:23 pm

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Alto Voltaggio

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Voltaggio- Il Ponte e il borgo

Giovedì pomeriggio 11 giugno, più o meno alle quattro. Le Voci Del Tempo in viaggio in direzione Festival di Gavi: Marco asserragliato nella sua Punto azzurra, solo sull’autostrada, con il posto passeggero pieno di bottiglie d’acqua perchè il radiatore è uno scolapasta. L’autoradio che spara l’ultimo disco di Bruce, condizionatore fuoriuso, finestrini aperti, copione che sventola come una bandiera sul sedile posteriore…

Mario e Mao viaggiano su un’altra macchina da Torino, accompagnati da Sergio senza il quale il ritardo diventerebbe di giorni. Sono più distesi, signori in canottiera pieni di sorrisi e sigarette fatte a mano.

Verso le sei arrivano tutti sul posto.

L’Italia… che meraviglia. Questo per esempio è un paesino del quale non avevano mai sentito parlare: Voltaggio, ancora in Piemonte ma con sarcasmo ligure, accenti liguri, bandiere genoane e doriane, vie che si stringono atteggiandosi a carrugi e persino un presentimento di mare. Flavio, fonico purosangue delle Voci, è già al lavoro e sta sistemando casse e luci sul sagrato della chiesa, seguendo intuizioni che la faranno suonare e brillare come una rotonda degli anni Sessanta.

C’è il favore del cielo e sarà una serata magnifica. Verso le otto le Voci sono quasi alla fine del ckeck, quando si materializza davanti a loro una processione, che per la soddisfazione del Signore dovrà  passare sui loro cavi e sui loro monitor. Leggii, strumenti, piantane, tutto va spostato immediatamente e le fedeli signore guardano con tutto meno che amore e fraterna comprensione. E’ allora che Mario con la sua Gibson intona Bocca di Rosa:

…”le comari di un paesino non brillano certo in iniziativaaaa”…

Oh oh, pensa Marco che in ottimismo è zero, adesso ci stiamo giocando la serata.

Tutto andrà invece perfettamente, pubblico a battaglioni e applausi scroscianti.

A un certo punto dello spettacolo – guardando tutta la gente sulle sedie e quella affacciata alle finestre – a Marco salirà pure un singhiozzo: chissà se per la poesia appena letta di Umberto Saba o per pensiero di dover cambiare auto.

“Sia come sia – penserà alzandosi e raggiungendo il leggio mentre i due soci finiscono la canzone – quando ci siamo di mezzo noi è sempre una scarica di emozioni”.

Written by marco

giugno 16th, 2009 at 8:37 am

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